Fascisti per la strada

«El análisis: diario de la noche» è un programma su Telemadrid di chiaro orientamento politico conservatore. Durante uno speciale sulle manifestazioni femministe dell’8 marzo, in un collegamento in diretta dalla strada, un’inviata del programma chiede a una donna: «È aumentata l’insicurezza?».

La risposta della donna è diventata virale: «Abbastanza, ci sono sempre più fascisti per la strada».

L’intervistatrice però era stata mandata lì per alimentare il discorso sull’insicurezza legata all’immigrazione e a quelli che qui in Spagna vengono definiti, sempre più spesso in modo dispregiativo, con l’acronimo MENA (Menores Extranjeros No Acompañados), cioè minori stranieri non accompagnati, giovani migranti in condizione di forte precarietà giuridica e sociale, costantemente al centro della propaganda securitaria della destra.

La giornalista allora prova a riportare il discorso sul proprio terreno, evocando aggressioni da parte dei migranti e l’idea che i minori stranieri rappresentino un pericolo. Ma l’intervistata ribadisce chiaramente che non crede a quella narrazione, che i “MENA” hanno bisogno di lavoro e opportunità, e che le violenze e le aggressioni le donne le subiscono soprattutto da mariti, compagni e fidanzati.

Ora, a parte la risposta della donna intervistata che definirei epica, ci sono almeno due cose su cui vale la pena fermarsi un momento. La prima riguarda il modo in cui le destre ultraconservatrici usano temi come i diritti delle persone LGBTQIA+ o quelli delle donne. Per provare ad attrarre proprio quei gruppi che hanno storicamente marginalizzato e oppresso, si appropriano del linguaggio e dell’immaginario progressista, li ripuliscono del contenuto conflittuale e poi li riusano in chiave identitaria e razzializzata.

Possiamo parlare di omonazionalismo, o di pinkwashing. I diritti LGBTQIA+ diventano una vetrina, un’etichetta che definisce un “noi” occidentale moderno e civile per sottolineare la distanza da un “loro” dipinto come arretrato e brutale. E allora sentiamo esponenti di destra domandarsi come fanno le persone LGBT a difendere Gaza o i palestinesi quando in quei contesti verrebbero perseguitate. Le violenze reali che molte persone subiscono in diversi Paesi vengono tirate fuori solo quando c’è da difendere un esercito o un governo, mentre quando si parla delle persone LGBTQIA+ che subiscono violenza in casa nostra, nelle nostre città, tutti zitti.

Lo stesso schema si ripete con i diritti delle donne. Quelle forze politiche che osteggiano l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole, che frenano ogni tentativo di legislare contro la violenza di genere e vivono come una minaccia qualsiasi passo verso una reale parità di genere, all’improvviso diventano paladine della libertà femminile quando c’è da puntare il dito contro altre culture. Presentano la violenza maschile come un fatto individuale, una tragedia episodica quando riguarda uomini percepiti come “nostri”, mentre diventa una questione culturale quando l’aggressore è migrante o musulmano.

Il paradosso è strutturale e troppo evidente da non vederlo. Da un lato ci si presenta come difensori dei diritti delle donne e delle persone LGBTQIA+ contro un mondo esterno dipinto come una minaccia costante, dall’altro si lavora tenacemente per bloccare e radere al suolo le leggi che dovrebbero proteggere davvero le minoranze e le persone più esposte alla violenza. Si attaccano le norme contro i crimini d’odio, si tolgono risorse alle politiche contro la violenza domestica, si ostacolano il riconoscimento delle famiglie queer e i percorsi di autodeterminazione delle persone trans, si parla di “dittatura delle minoranze”, di “lobby LGBT” che imporrebbe la propria agenda a un popolo muto e oppresso, ci si lamenta delle donne e del femminismo che avrebbero esagerato.

Tutto questo si collega al secondo elemento che emerge nell’episodio di Telemadrid, e cioè il frame securitario. È lì che entrano in gioco i “MENA”, i giovani migranti poveri, trasformati in simbolo dell’insicurezza. Ovviamente entrambi i meccanismi puntano alla costruzione di un nemico esterno abbastanza spaventoso da farci dimenticare chi sta smontando le tutele dall’interno.

Alla questione dell’insicurezza ci penso guardandola dal posto in cui vivo oggi, nel cuore del Raval, un quartiere di Barcellona quasi sempre raccontato come tra i più pericolosi. Un quartiere povero, multiculturale, con tanta immigrazione regolare e irregolare, e sì, con una quota di criminalità più alta che in altre zone più ricche e gentrificate.

Quello che vedo ogni giorno è soprattutto disperazione, persone spinte ai margini da una forza centrifuga che produce eccedenza, sacche di marginalità necessarie al funzionamento del sistema. Corpi che possono essere sfruttati o abbandonati a seconda del momento. Oggi la pubblicità, le storie, i podcast, una narrazione pervasiva ci dice che se ti impegni ce la fai, che tutto dipende dalla volontà individuale, ma le persone che io incrocio per strada ogni mattina, della retorica del “se vuoi puoi” non sanno che farsene, perché non hanno accesso neanche alle condizioni minime per provarci. A loro viene tolta perfino la speranza di poter uscire dalla precarietà e da situazioni familiari e amministrative che li bloccano eternamente dove sono.

Quando guardo il mio quartiere da qui, mi è impossibile non ripensare a come percepivo l’insicurezza quando ero più giovane, quando vivevo a Napoli in una zona considerata borghese, e mi sentivo molto meno sicuro di adesso, perché l’insicurezza c’è sempre stata, e in molti momenti della nostra storia recente era oggettivamente maggiore di oggi. Eppure, curiosamente, il discorso politico e mediatico sembra scoprire l’insicurezza solo quando serve.

La strategia delle destre, oggi come in passato, è quasi elementare. Prima si costruisce un clima, martellando con una narrazione selettiva dei fatti, scegliendo certi crimini, ripetendoli fino allo sfinimento, associandoli sempre a determinati volti ed etnie, a specifiche religioni. Così si rafforza l’idea che i reati siano in continuo aumento (ma i dati di lungo periodo raccontano tutt’altra storia. In Italia, per esempio, gli omicidi sono calati di quasi un terzo dal 2015 a oggi, e i furti del trentatré per cento rispetto a dieci anni fa) e che la colpa sia sempre degli immigrati, dei giovani dei quartieri popolari, delle persone razzializzate. Nel frattempo le disuguaglianze crescono, la tensione sociale aumenta e ogni conflitto, ogni episodio di violenza o di protesta viene riportato dentro la stessa storia: «vedete? avevamo ragione noi».

A un certo punto questo racconto produce i suoi effetti. Le persone, spaventate e bombardate da immagini di pericolo, si rivolgono proprio a chi ha alimentato quel clima chiedendo più ordine e più polizia, che significa più repressione. Consegnano così pezzi della loro libertà nelle mani di chi quelle paure le ha gonfiate in modo deliberato, criminale e irresponsabile.

La risposta della donna nel video di Telemadrid è geniale perché ha polverizzato questo sistema in diretta. La giornalista segue il solito copione per guidare il discorso verso l’insicurezza e la signora ascolta, sposta lo sguardo e risponde che sì, l’insicurezza è aumentata, ma perché ci sono sempre più fascisti per la strada. Un capolavoro di comunicazione efficace, il ribaltamento della narrazione tossica. Perché il problema sono le ideologie e le forze politiche che usano quei corpi e quelle vite come bersaglio (i poveri che abitano la periferia sociale, i ragazzi migranti che lo stesso sistema produce e abbandona) mentre erodono diritti, svuotano le tutele e alimentano a proprio vantaggio un clima di odio e di paura da cui solo loro dicono di poterci salvare.