Appartengo a quella generazione cresciuta con la promessa di un futuro di pace e benessere economico, dei primi enormi e lentissimi computer e di internet che era appena agli inizi e per scaricare una foto ci impiegavi ore. Era il periodo della Perestrojka, della fine della guerra fredda, della caduta del muro, e l’entusiasmo per il futuro era inebriante. Eravamo giovani e quella promessa, per quanto chiaramente illusoria, ha segnato la nostra visione del mondo e le aspettative per il domani.
Oggi ho cinquant’anni e ogni mattina, come tutte e tutti, mi ritrovo ad aprire gli occhi su un mondo che a quella promessa assomiglia poco o niente, e che sembra sempre più l’incarnazione di una distopia uscita da un libro di Huxley o di Philip K. Dick. È un bombardamento costante di notizie catastrofiche, crisi economiche, guerre, massacri, un genocidio che prosegue impunemente, un mondo che si è spostato sempre più a destra fino a richiamare i periodi più bui della nostra storia recente. Le democrazie nate da rivoluzioni che hanno tolto il potere alla nobiltà per consegnarlo alla borghesia capitalista stanno mostrando tutti i loro limiti, mentre tornano discorsi discriminatori dal chiaro sapore eugenetico e le disuguaglianze tra chi esercita indisturbato il potere economico e politico e il resto del mondo sono ormai spaventose.
In questa quotidianità desolante e avvilente non riesco a smettere di pormi una domanda: chi rimane indietro?
È una domanda che mi pongo come persona autistica pensando a chi rimane fuori dal campo visivo del panorama mainstream. Le immagini sui social media mostrano un flusso costante di gente che fugge, che attraversa confini, gente che scappa dalle bombe, città devastate. Eppure ognuna di queste immagini ha un fuori campo. In quel fuori campo ci sono le persone che il sistema non ha previsto, e lo si vede già da come sono pensati i piani di emergenza.
I sistemi di evacuazione e soccorso sono costruiti intorno a un’idea molto precisa di corpo, di sensi, di mente e di modalità relazionale, un corpo che cammina sulle proprie gambe e senza ausili, che vede, sente, comprende istruzioni confuse e rapide e riesce ad agire anche nel caos. È lo stesso modello di corpomente che organizza il lavoro, i trasporti, la scuola, le città, ed è veloce, efficiente, dev’essere sempre performante. Il problema è che quando non corrispondi a questo modello rimani indietro, e nelle situazioni di emergenza questo può essere fatale.
Nel modello sociale inglese della disabilità, esiste una distinzione fondamentale tra impairment e disabilità: con impairment si indicano le differenze fisiche, sensoriali, cognitive, neurologiche, mentre con disabilità si descrive ciò che accade quando un certo modo di organizzare la società trasforma quelle differenze in ostacoli ed esclusione. In questo senso la disabilità non è mai una condizione individuale, ma il risultato di un processo di disabilitazione, in cui alcune persone vengono definite “fuori norma” e si scontrano con ambienti e sistemi che non sono stati progettati pensando alla loro esistenza, che non le hanno mai davvero previste. Nelle situazioni di crisi, nelle emergenze, questo meccanismo diventa ancora più evidente.
A Gaza, prima ancora dell’ultima offensiva, si stima che in circa il 21% delle famiglie vivesse almeno una persona disabile in un contesto segnato da anni di blocco, povertà e accesso limitato a servizi e ausili. A chi aveva già una disabilità si sono aggiunte decine di migliaia di persone proprio a causa della guerra, in un territorio in cui i sistemi di cura, riabilitazione e supporto vengono distrutti sistematicamente. Nei primi undici mesi del 2024, secondo una stima di Save the Children, l’uso di armi esplosive ha causato ferite gravi a circa quindici bambine e bambini al giorno, con un’alta probabilità di acquisire un impairment. Cosa accade a tutte queste persone durante un’evaquazione, quando cadono le bombe e bisogna correre, cercare rifugio, vedere dove si va, sentire un allarme, interpretare istruzioni sotto pressione. Tante persone disabili rischiano di non farcela, e con loro le famiglie che non le abbandonano. Muoiono insieme.
In Ucraina la dinamica è simile, anche se il contesto è diverso. Prima della guerra erano registrati circa 2,7 milioni di persone con disabilità, molte con bisogno di ausili, terapie e sostegno quotidiano. Dall’inizio dell’invasione russa il numero di persone disabili formalmente riconosciute è aumentato di circa 300.000 secondo le autorità ucraine e i rapporti internazionali. La guerra produce disabilitazione, e contemporaneamente distrugge le condizioni minime che permettono alle persone disabili di sopravvivere a causa di rifugi e corridoi di evacuazione non accessibili, difficoltà di accesso a cure mediche, riabilitazione, farmaci e informazioni. È un circolo perverso, perché quando saltano i servizi, le infrastrutture e le reti di supporto informali, a uccidere non è solo la violenza bellica, ma anche la distruzione di tutto ciò che rende accessibile il mondo.
In situazioni di emergenza la persona disabile perde lo status di essere umano. Le risorse scarse diventano il pretesto ideale per portare all’estremo una gerarchia che esiste già in condizioni di non emergenza, e che normalmente viene mitigata e dissimulata da politiche e pratiche inclusive spesso paternalistiche e verticali, che agiscono più da palliativo che da soluzione strutturale al problema.
Lo abbiamo visto durante la pandemia di Covid, quando mancavano risorse, personale e posti letto, e i protocolli di triage hanno iniziato a operare selezioni. In diversi paesi le associazioni di persone con disabilità e i giuristi hanno denunciato linee guida che, di fatto, rendevano le vite delle persone disabili meno prioritarie, usando criteri come la “qualità di vita attesa” o la “futilità” delle cure.
Lo stesso meccanismo emerge nei centri di detenzione, nelle carceri, o nelle vergognose operazioni di arresto dell’ICE negli USA. Anche in queste situazioni la disabilità viene attraversata dal sistema e diventa il punto in cui la violenza si moltiplica.
Il documentario “ICE: No One is Safe“, appena uscito, racconta le storie di persone disabili trattate brutalmente e detenute dagli agenti dell’ICE. Tra queste una donna autistica con trauma cranico, Aliya Rahman, ha raccontato di essersi trovata circondata da agenti dell’ICE che le urlavano istruzioni contraddittorie. Lei non riusciva a processarle, ha detto loro di essere disabile, e la risposta è stata: “Too late”, troppo tardi. Poi hanno sfondato il finestrino, e si è trovata ammanettata e trascinata per terra.
Quel “troppo tardi” è la voce di un sistema che ha già stabilito quali persone debbano esserne espulse, centrifugate ai margini.
Pensiamo anche a quello che accade dentro le carceri italiane. Non sappiamo nemmeno con precisione quante persone detenute siano disabili perché manca ancora oggi un censimento nazionale serio, i dati sono frammentari, spesso vecchi, e molte disabilità restano invisibili nelle statistiche ufficiali.
Sappiamo però che a fronte di oltre 60.000 detenuti, le celle “attrezzate” per persone con disabilità fisica sono meno di 500, distribuite in pochi istituti, e in circa la metà delle carceri non esiste nemmeno una cella accessibile. Più della metà delle persone disabili detenute vive in sezioni non adeguate, spesso senza potersi muovere autonomamente, andare in bagno o accedere alle attività.
A questo si aggiunge la dimensione psichiatrica. Migliaia di persone detenute hanno diagnosi psichiatriche gravi, in istituti che funzionano sempre più come contenitori di disagio sociale e mentale. In assenza di accomodamenti, servizi territoriali, reddito, casa e lavoro, è molto più facile che una persona disabile si ritrovi spinta ai margini, in situazioni di povertà e a volte di conflitto con le norme sociali, fino a entrare in contatto con il sistema penale. Il confine tra “devianza” e disabilità passa spesso per la disponibilità o meno di reti e risorse anche materiali.
In relazione alla disabilità parliamo quasi sempre di inclusione scolastica e lavorativa, di accessibilità in una quotidianità tutto sommato relativamente ordinaria. Ma come abbiamo visto il sistema è lo stesso anche durante le emergenze, durante le guerre o le retate, in prigione o nel mezzo di una catastrofe naturale. È l’applicazione dello stesso modello di normalità, solo con meno filtri e meno pudore. La priorità resta proteggere le persone che si allineano meglio alle esigenze della produzione e del consumo, e lasciare indietro chi viene percepita o percepito come ingombro o costo.
La disabilità non è un dato biologico ma una costruzione sociale, risultato di un processo di disabilitazione e normalizzazione nato col capitalismo industriale. Nasce come categoria amministrativa per gestire le persone considerate “non abili” al lavoro, persone penalizzate in base alla propria posizione dentro un sistema economico basato sullo sfruttamento di corpi “abili”, su una performatività e una produttività imposte come soglia minima di umanità e partecipazione sociale.
Il sistema economico nel quale viviamo ha bisogno di corpi performanti e di conseguenza scarta chi non rientra nel modello ideale. A questo si abbina una narrazione fatta sempre più di crisi, emergenze, sacrifici necessari, che presenta tutto questo come inevitabile e individualizza la responsabilità dicendoti che se non ce la fai è un tuo limite, non un problema di come è organizzata la società. Questa narrazione è deprimente, paralizzante, genera un’impotenza acquisita che impedisce ogni azione, e presenta le persone disabili come un costo, come un problema da gestire. È qui che la disabilità e la lotta di classe si incontrano in modo esplicito.
Marta Russell lo aveva messo a fuoco in modo esemplare già qualche decennio fa. Scriveva che il capitalismo non si limita a discriminare le persone disabili per ignoranza o pregiudizio, ma ha bisogno di una quota di corpi che non rientrano nelle condizioni richieste, corpi che non producono abbastanza profitto come lavoratrici e lavoratori e che vengono spinti fuori dal ciclo produttivo. Questi corpi però non spariscono. Da una parte vanno a riempire quella che Marx definiva armata industriale di riserva, cioè le file delle persone disoccupate, contribuendo a mantenere basso il costo del lavoro; dall’altra diventano una popolazione da cui estrarre valore attraverso istituzioni, servizi, industrie costruite attorno alle loro necessità. Russell parlava di “disability industry”, un settore che cresce man mano che il welfare viene smantellato.
Quando i servizi pubblici si riducono, quando assistenza, supporto, educazione, tutto ciò che permette a una persona di vivere senza dipendere dalla famiglia vengono mercificati, quello spazio viene occupato dal mercato. A quel punto la disabilità cambia di status restando un ostacolo per chi la vive, e diventando al tempo stesso una fonte di profitto per chi costruisce servizi attorno a quell’ostacolo. Per il sistema la disabilità funziona meglio se rimane un problema individuale, se non diventa una questione politica, per questo la narrazione istituzionale è spesso così attaccata al modello medico-riabilitativo.
Se la guardiamo da qui, la questione delle emergenze è ancora più chiara. Il capitalismo mantiene sempre una quota di popolazione considerata eccedenza rispetto ai bisogni della produzione, e allo stesso tempo trasforma parte di quella eccedenza in occasione di profitto per chi vende servizi, cure, assistenza. Nella quotidianità questo si traduce in barriere, povertà, dipendenza, in una vita che è possibile solo finché puoi permettertela.
In una situazione di crisi, una guerra, una pandemia, un disastro climatico, la stessa logica che ha classificato certe persone come meno utili, meno produttive e più costose da sostenere entra nei protocolli di urgenza. Un sistema diverso potrebbe comunque produrre esclusione, ma dentro un’economia organizzata intorno al profitto e alla competizione queste gerarchie (chi è utile, chi è “peso”, chi è sacrificabile) sono già scritte prima che l’emergenza arrivi. L’emergenza le rende solo più visibili e sicuramente più letali.
La disabilità è prodotta, gestita, monetizzata e, quando serve, scartata. Resta una distanza difficile da ignorare, quella tra ciò che una società potrebbe fare e ciò che decide di fare, soprattutto quando le risorse si fanno scarse e bisogna scegliere.
E non si tratta di immaginare soluzioni perfette, perché è evidente che nelle emergenze le risorse sono limitate, le decisioni devono essere rapide e a volte diventano brutali. Proprio per questo, però, in quei momenti emerge il criterio reale, il valore assegnato a ciascuna persona, l’accessibilità come criterio universale, la preparazione di chi gestisce le emergenze. Perché oggi quello che vediamo è che alcune vite vengono considerate più sacrificabili di altre. Le nostre, quelle disabili, quasi sempre.